“Una povera esistenza si salva sempre nella venale eredità di un giorno venale grande è soltanto il nostro sacrificio.
Anche la terra si disperde e gli Dei muoiono eppure, anche la morte continua.
Permane l’inutilità e dura anche la notte che ci avvolge.
A noi non si addice domandare.
A noi si addice cadere, ciascuno sul proprio scudo”.

Josef Weinheber

domenica 9 luglio 2017


RICORDO DI ALMIRANTE
(di Gianfranco Fini)
IL CAMMINO CONTINUA
E’ morto un grande italiano. Un italiano di quella Italia che ha dato al mondo Dante, il “suo” Dante, Macchiavelli, San Benedetto, che ha dato i filosofi più profondi, i legislatori più sapienti, i capitani più ardimentosi, gli esploratori più intraprendenti, i santi più universali.; un italiano di di quella Italia che ha percorso il mondo, che lo ha incivilito, che ne ha sterrato le pietre aridi facendole diventare giardini fecondi, che ha versato il suo sudore e il suo sangue a Nord, a Sud a Est e a Ovest, nelle Americhe e in Russia, in Africa e in Australia non meno che in Europa, che ha navigato su tutti i mari, che ha gettato le ancore delle sue navi in tutti i porti; un italiano di quella Italia del lavoro operoso e dell’intelligenza acuta, della disciplina e del avventura, dei migranti e dei mercanti, dei contadini e degli artigiani, dei costruttori e degli scienziati, degli artisti e dei poeti; di quell’ Italia ghibellina e schietta che ha costruito la civiltà dei nostri Comuni, delle nostre contrade sassose e fiorite, che ha fabbricato villaggi e metropoli, che ha eretto le torri civiche accanto ai campanili solenni delle nostre mille e mille città, un italiano di quella Italia invasa, spezzettata, devastata, offesa, insultata, umiliata, calpestata dai barbari antichi e nuovi; di quella Italia dignitosa nella schiavitù, coraggiosa nella sfortuna, serena nelle avversità, clemente nella fortuna e misurata nella gloria; di questa Italia oppressa e ricattata che ci portiamo nella carne e nel sangue. Giorgio Almirante era il campione di questa Italia. Era un italiano coerente, tenace, pulito, coraggioso. E’ stato uno dei più grandi protagonisti della storia, non solo politica, di questa Italia che anche lui si ostinava a chiamare “adorabile”. L’ ha percorsa tutta come un apostolo instancabile dell’ idea che egli, con un pugno di coraggiosi, ha rialzato quando la sconfitta l’ aveva gettata a terra. Le ha parlato con quella parola ineguagliabile che era un donno di Dio, con quella voce dolcissima che mai potrò dimenticare. L ‘ha accarezzata con quei suoi occhi celesti e puliti che qui ancora ci guardano. L’ ha attraversata tutta, villaggio per villaggio, città per città, contrada per contrada, valle per valle, per 40 lunghissimi anni, con, in alto, altissima, LA BANDIERA PULITA E STUPENDA DELL’ ONORE E DELLA FEDELTA’ AL SUO FASCISMO, CHE OGGI E’ IL NOSTRO, fedeltà alle alle radici che sono le radici di un Popolo e non di una sua parte, che “sono” la Storia di questa gente meravigliosa che lui ha tanto amato anche quando la legge della fazione la scagliava contro questo partito suo e nostro. E’ morto un uomo che non può morire. Un uomo che ci HA CONSEGNATO QUELLA IDEA, QUELLA BANDIERA, QUELL’ ONORE E CHE IN QUESTO MOMENTO CI DICE DI DOVER ANDARE AVANTI. LO FAREMO, ALMIRANTE. TE LO GIURIAMO COL CUORE GONFIO DI DOLORE, ma con l’ animo colmo di fierezza per essere stati con te in tutti questi anni meravigliosi e terribili nei quali tu ci hai insegnato che le prove più difficili possono e debbono essere vinte.
Tu, Almirante, hai vinto la prova della persecuzione dei primi anni ’70 quando il regime voleva imbavagliarti. Hai vinto la prova del terrorismo che nell’ arco di tredici anni ha ucciso 20 tuoi e nostri ragazzi, dai fratelli Mattei a Ugo Venturini, da Carlo Falvella e Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Hai Vinto la prova della scissione di “palazzo” , quando i trenta danari della corruzione piegarono i vili. Tu, Almirante hai vinto tutto questo e ci hai consegnato un partito forte, orgoglioso e pulito.
E, forti, coraggiosi e puliti, come tu, col tuo esempio mirabile, ci hai insegnato ad essere, andremo avanti insieme con te. Perché tu, Almirante non ci lasci. Tu resti fra noi, alla nostra testa, in piedi, come sei sempre vissuto. Grazie per quello che ci hai consegnato. Grazie per quello che mi hai insegnato.

Da “Il Secolo d’ Italia” – 23 Maggio 1988

IL TRADITO PUO’ ESSERE UN INGENUO,
MA IL TRADITORE E’ SEMPRE E COMUNQUE UN INFAME
(Benito Mussolini)
 










29 luglio 1983, Predappio, centenario della nascita 
di Benito Mussolini.
Fini, allora segretario nazionale
del Fronte della Gioventù,
a fianco di Almirante.



" E' doveroso dire che non si può equiparare chi combattè per una causa giusta di uguaglianza e libertà e chi, fatta salva la buona fede stava dalla parte sbagliata"
Gianfranco Fini





E QUI FINISCE (FORSE PER ORA.....)
LA TELENOVELA DEL SIG. FINI



NOI NON DIMENTICHIAMO

Gli assassini impuniti....anche quelli di stato!
I responsabili politici di ieri...
e pure quelli di oggi!
I traditori di quei giorni......e quelli di oggi!
Acca Larentia : cosa commemorano gli esponenti del potere? 
Il 7 gennaio 1978 , nella sede del MSI , venivano assassinati dalle brigate rosse Bigonzetti e Ciavatta mentre il camerata Recchioni veniva freddato da un ufficiale dei carabinieri con un colpo di pistola mirato , nel corso degli incidenti successivi . Camerata Recchioni , si proprio , come gli altri due. 
Perché Fascisti erano e tali si sentivano. 
E perché , in quanto Fascisti, sono stati assassinati. 
E da Fascisti e come Fascisti 
dovrebbero essere commemorati. 
Certamente qualcuno lo farà 
lì dove sono caduti.

ONORE AI CADUTI DI ACCA LARENTIA !
ED A TUTTI GLI ALTRI MARTIRI 



FUNERALI DI FRANCESCO CECCHIN




PIANTA DELLA CITTA’ DI ROMA
I QUARTIERI DOVE SONO STATI
ASSASSINATI I CAMERATI




La tomba di Sergio Ramelli a Lodi
 il cielo grigio di nuvole e la comunità

Ci arrivi sempre un po’ prima, al Cimitero Maggiore di Lodi. La mattinata di fine aprile sembra quella di un giorno di autunno: il cielo grigio di nuvole, con qualche goccia che cade, forse si è commosso. Lui come tanti ogni anno e ancora fra poco. Te lo fai da solo il sentiero di ghiaia sotto gli alberi, per arrivare davanti a quella foto e a quella lapide: Sergio Ramelli 8 luglio 1956 -29 aprile 1975. Ci vai da solo perché dopo tanti anni, dopo aver ripercorso infinite volte quella storia, Sergio Ramelli puoi dire di conoscerlo come un amico. Ed allora precedi gli altri per guardarlo negli occhi, attraverso quella foto in bianco e nero, da cui ti scruta malinconico e forse un po’ enigmatico. Ti fai il segno della croce. Preghi. Poi scatti sull’attenti e saluti romanamente. Sì, come quando eri ragazzino. Un paio di persone nei dintorni ti guardano basite, forse con disprezzo. Ne ridi di gusto, come quando eri ragazzino. Torni all’ingresso. Stanno arrivando gli altri. All’inizio era Alleanza Nazionale ad organizzare questo evento. Ora non si sa bene quale sigla abbia il cappello da metterci su. Si viene qui e basta. Ci sono quelli di Fratelli d’Italia e quelli di Lealtà Azione. Ci sono quelli che non fanno più politica da quando si è sciolta An. Ci sono quelli che prima erano di Forza Italia e chi era Sergio Ramelli l’han saputo solo qualche giorno fa. Ci sono quelli che son rimasti nel Pdl ma oggi non potevano mancare. Ci sono i vecchi missini. Ci sono i militanti del Fronte della Gioventù che scortarono il feretro al cimitero. C’è il signore anzianissimo che a 16 scappò di casa per combattere per la Repubblica Sociale e c’è quell’altro che ha iniziato nel ’45 con l’Uomo Qualunque e non ha ancora smesso. C’è il gentiluomo monarchico e il professore liberale che si erano aggregati ai tempi della Destra Nazionale o della svolta di Fiuggi, che tutto sono fuorché “fascisti”, ma che, uomini d’altri tempi, portano con sé quella moralità che permette ancora di indignarsi di fronte a cotanta brutalità. C’è quello che prima era della Fiamma Tricolore e quello che stava in Forza Nuova. C’è quello che alla fine ha messo su famiglia e non si è più visto. C’è la “vecchia guardia” di Azione Giovani e ci sono i ventenni che iniziano ora a muovere i primi passi della militanza. Sono i fili di un arazzo, le tessere di un mosaico che si ricompone qui ogni anno. Vengono distribuiti i tricolori. Ci si mette in fila. Il corteo si incammina. Arrivate lì davanti. Vi disponete in cerchio attorno alla lapide. Più in là i ragazzi di Lealtà Azione montano il picchetto d’onore. Iniziano i discorsi. Viene letto il messaggio che poi verrà deposto accanto alla fotografia. I “reduci” piangono il loro antico camerata. Qualcuno piange ancora a sentire per l’ennesima volta quella storia, qualcun altro piange a sentirla per la prima volta, qualcuno piange per essere venuto a conoscerla solo adesso. E poi chi crede si fa il segno della croce e prega, chi non crede medita in silenzio. Qualcuno, sì, fa pure il saluto romano. Ci sono i giornalisti della stampa locale che scrutano, un po’ disorientati: si aspettavano qualcosa di paramilitare, discorsi tracimanti odio e violenza, si aspettavano quattro vecchiacci rimbambiti e un paio di giovinastri ignoranti e volgari. Delusione cocente. E ora cosa scriveranno? Viene chiamato il “Presente!”. Si fa un minuto di silenzio. La mente ti corre a quando, giovane neofita, passavi ore a leggere i libri degli “autori di Destra”. Da qualche parte avevi letto qualcosa sulle comunità tradizionali: diceva pressappoco, che tutte le civiltà nascono e si sviluppano attorno alla tomba dell’Eroe, attorno alla quale si celebrano i riti che rinnovano il giuramento di fedeltà da cui nasce la comunità. Eccoti qui, presente a quel rito. La comunità non è il partito, esiste prima ed a prescindere da esso, e l’appartenenza non la fa certo una tessera del portafoglio. Finché questo giorno si ripeterà in questo modo, con le lacrime che sgorgano dagli occhi ed il cuore che pulsa, nulla sarà perduto. Ti volti un’ultima volta. Sergio, dalla foto in bianco e nero, sembra avere capito il tuo pensiero, e ti strizza l’occhio…
Di Paolo Maria Filipazzi

Pubblicato il 29 aprile 2013 da BARBADILLO.IT